La solitudine o ci fa ritrovare o ci fa perdere noi stessi. (Roberto Gervaso)

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mercoledì 16 marzo 2016

Marco de Angelis, l'antipoeta


Il creatore dell'antipoesia fu Nicanor Parra, cileno, la leggenda vivente di 101 anni che ha inventato il termine e diffuso il genere. Marco De Angelis ne è un adepto. Classe 1987, studente di psicologia presso l'Università degli studi dell'Aquila, ha pubblicato la sua quarta raccolta dal titolo “Ho fatto strage del principio di realtà tra i versi di una poesia (excursus sulla mia alienazione)il 1 dicembre 2015.
Stile iperbolico, ritmo indomito, Marco è un compositore prodigio. Immune alle tendenze vampirizzanti, al digiuno dai consensi, restio ad osannarsi; nel paradosso, rivendica i propri valori senza cercare di impiacevolirsi, rinserrando se stesso in un mondo interiore impervio, districandosi fra sogni e utopie, cercando, perdendo e ritrovando il senso di realtà nei frangenti della propria vita.
A differenza di quel che sostiene Marco scherzoso, è un libro che non ha controindicazioni: è uno stimolo ad esplorare se stessi senza inquietudine, accettando il black out senza sotterfugi, ottemperando alle sole leggi dell'anima.
Un connubio di emozioni, un linguaggio ipnotico, privo di filtri, bestiale. È un libro che conquista per la massiccia umanità, oltre al sodalizio dell'autore con il verso, colpendo e affondando.
Gli ho fatto un'intervista.

1. Quando hai capito di esser nato per la poesia?

Non mi sento nato per fare poesia. Io sono solo uno qualunque (con qualche problema mentale); non mi piace essere definito "poeta", oggi sono tutti poeti, artisti, tutti presi da una social-commedia per nutrire il briciolo di ego che custodiscono nei loro cervelletti marci di scimmie. Per quanto mi riguarda sono solo uno che scrive "roba".

2. La prerogativa più importante di un bravo poeta?
Vorrei evitare di elencare presunte qualità dei poeti, la verità è che siamo dei disadattati con evidenti turbe comportamentali, tentiamo disperatamente di trovare un posto nel mondo vomitando sintagmi e scrivendo con pezzi di anima quello che abbiamo nella testa.

3. Com'è nata l'idea di scrivere questa silloge?
Scrivere un libro (un altro) dopo aver pubblicato già 3 volumi (te l'ho detto che sono pazzo)... Non lo so, ho bisogno di farlo per dare ordine a ciò che scrivo...

4. Quanto c'è di te nelle poesie che componi?
Nella roba che scrivo c'è di tutto, pezzi di me sparsi tra i riflessi delle finestre del mio cervello dentro un cessume sociale che strappa la pelle di questi esseri (umani?), proiezioni di un pensiero divergente, astrazioni che si infilano nei neuroni e mangiano la polpa umida nella mia testa inutile (sono ottimista).

5. È stato semplice pubblicare?
Pubblicare un libro di poesia? Semplice? Beh dipende da cosa si intende per "semplice": oggi ci sono tantissimi mezzi nonché editori (editori???) a pagamento, che ti permettono di pubblicare un libro ma pagando un contributo. L'ho fatto anche io, bene o male ci siamo passati un po' tutti. La mia idea di pubblicazione è cambiata, se ci pensiamo non è cambiato solo il mercato ma anche il modo di comunicare, quindi perché restare ancorati al sistema delle lobby editoriali in un mercato (per la poesia) totalmente fermo? Non ha senso, come molti che scrivono poesie e si fanno chiamare poeti esclusivamente per guadagnare.


6. Cosa rappresenta il momento creativo per te?

I miei momenti creativi sono come gli escrementi degli scarafaggi, non c'è niente di speciale in me, credimi, sono solo uno che scrive delle cose, non c'è niente di mistico o di poetico, solo delle scariche elettrochimiche in un cervello incastrato in una fogna temporale.


Questa è la pagina ufficiale del libro: https://www.facebook.com/marcodeangelisautore/?fref=ts

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